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San Michele Arcangelo è presente nella tradizione di tutte le fedi abramitiche: ebraica, cristiana ed islamica. È considerato il comandante sul campo dell’Esercito di Dio ed è menzionato per nome nel Libro di Daniele, nel Libro di Giuda e nel Libro dell’Apocalisse.

Nel libro di Daniele, Michele appare come “uno dei sommi principi” che nella visione di Daniele viene in aiuto dell’angelo Gabriele nella sua lotta con l’angelo di Persia (Dobiel).

Nella tradizione islamica egli, insieme a Gabriele, istruì il Profeta Maometto sulla volontà di Allah.

Uno degli Ordini dedicati a questa Sacra Figura è l’Ordine Equestre di San Michele Arcangelo.

Si tratta di un Ordine temporale di Cavalleria, sovrano nelle sue attività e di collazione della Sovrana Casa Imperiale e Reale di Ghassan.

Il pubblico in generale oggi tende ad associare il “mondo arabo” con l’Islam e non ha idea che il Medio Oriente abbia avuto una lunga e potente dinastia cristiana che è fiorita fino a tempi molto recenti.

I Ghassanidi (in arabo: al-Ghasāsinah, anche Banū Ghassān, “Figli di Ghassān”) sono i discendenti di un gruppo di tribù sedentarie dell’Arabia meridionale che emigrarono all’inizio del III secolo dallo Yemen negli Hauran a sud della Siria, in Giordania e in Terra Santa, mescolandosi con coloni romani ellenizzati e comunità paleocristiane di lingua greca, diventando forse una delle prime nazioni “cosmopolite” del mondo, beneficiando della modernità dell’Occidente senza perdere le loro radici arabe.

Il principe sabeo Jafna bin ‘Amr emigrò con la sua famiglia, giunse al nord e si stabilì ad Hauran, a sud di Damasco, dove fu fondato il primo stato ghassanide. Da lui, il regno Ghassanide è talvolta conosciuto anche come Jafnid. Si presume che i Ghassanidi abbiano adottato il cristianesimo dopo aver raggiunto la loro nuova casa. I romani trovarono un potente alleato in questi nuovi arabi della Siria meridionale. I Ghassanidi furono infatti i difensori di una sorta di zona cuscinetto contro gli altri beduini che penetravano nel territorio romano. La capitale era a Jabiyah nelle alture del Golan. Geograficamente, il regno comprendeva gran parte della Siria, del Monte Hermon (Libano), della Giordania e di Israele, parte dell’attuale Iraq e dell’Arabia Saudita, e la sua autorità si estendeva tramite alleanze tribali con altre tribù Azdi all’Hijaz settentrionale fino a Yathrib (Medina).

I Ghassanidi hanno governato sul territorio più vasto e per il periodo più lungo di ogni altra dinastia araba in Medio Oriente e potremmo paragonarla agli Asburgo in Europa. È infatti rimasti sul trono per oltre 1500 anni dal 220 d.C. fino alla metà del XVIII secolo ed è forse la più antica Casa Reale Cristiana al mondo.

L’Ordine non rivendica alcun legame con Ordini storico-cavallereschi. Purtuttavia, afferma di essere il legittimo erede delle tradizioni di uno dei più antichi – se non “il più antico” – eserciti di cavalieri cristiani della storia.

È documentato, infatti, che i Ghassanidi furono i primi “fursan” (in arabo, plurale di faris, che significa cavaliere) e protettori della Terra Santa sotto l’Impero Bizantino, circa 500 anni prima della Prima Crociata e della creazione dei primi Ordini Cavallereschi.

Sebbene tali cavalieri non fossero organizzati in Ordini “di per sé”, i Ghassanidi furono i primi difensori del cristianesimo nella storia ad incorporare quello che oggi è conosciuto come “codice cavalleresco” (originato dal concetto arabo di “Muru’a”) che significa coraggio in guerra , ospitalità, rispetto per le donne e per l’onore, e protezione dei deboli e degli orfani.[1]

In Occidente quando parliamo di “cavalleria” per la nascita di quel “codice” poi fissato da Raimondo Lullo nella seconda metà del 1200[2] non possiamo far altro che pensare alle crociate ed ai primi Ordini Cavallereschi creati per la difesa della Terra Santa. Tuttavia, la “matrice” originale del concetto di cavalleria è tutt’oggi controversa. 

Non bisogna confondere la celebrazione del guerriero a cavallo come nell’antica Grecia o nell’antica Roma con la cavalleria.

Moralmente parlando, l’affinamento del personaggio attraverso le discipline belliche non è certamente un’idea recente.  Ma la “cavalleria” combina il prestigio e l’eleganza di questo guerriero a cavallo – che rappresentava un élite sul campo di battaglia – con un ferreo codice d’onore.

Alcuni indicano le origini ispiratrici di questo ideale europeo di cavalleria alla Spagna araba. Tuttavia ciò che noi conosciamo come “Codice Cavalleresco” e che unisce le abilità della cavalleria e il codice morale, appare nell’Arabia preislamica, più precisamente durante il VI secolo.[3]

lo troviamo, nella sua duplice natura etica e militare, nell’antico codice arabo di “Muru’a”, il quale è anche l'”antenato” arabo del giapponese “Bushido”, il codice medievale non scritto dei guerrieri samurai.  Onore prima di tutto, coraggio in guerra, ospitalità, rispetto per le donne, protezione dei deboli e degli orfani.

Il più grande “Faris” che fu esempio del concetto di cavalleria nel VI secolo fu, infatti, sicuramente Antarah ibn Shaddad al-ʿAbsī (525 d.C.- 608 CE), noto anche come ‘Antar’, famoso sia per la sua poesia che per la sua vita avventurosa.

Il Cristianesimo tuttavia, ha un ruolo fondamentale nell’esaltazione della Cavalleria sublimandone il codice morale e poggiandolo saldamente sulla roccia di Cristo. Da quel momento in poi, le qualità morali del cavaliere non saranno più dettate da un’etica personale, per quanto positiva, dell’antico eroe, ma dirette alla conquista del Regno di Dio e alla santificazione attraverso le virtù eroiche. Alle virtù Teologali (Fede, Speranza e Carità) e a quelle Cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza) si aggiunge l’agire nell’osservanza dei propri doveri con umiltà, povertà, obbedienza e castità. Il grado eroico si riconosce dalla frequenza, dalla prontezza e dal carattere “gioioso” con cui si esercitano tali virtù e si affrontano le difficoltà ed i sacrifici della vita, e finanche la morte.

Sebbene, è doveroso precisarlo, nulla indichi l’Arabia preislamica come un’influenza diretta sulla cavalleria europea, una delle prime (se non “la prima”) esistenze documentate di cavalieri cristiani proviene dai “fursan” dei Ghassanidi.

Circa due secoli dopo che l’Imperatore Costantino trasferì la sede dell’impero romano a Bisanzio nel 330 d.C., i Ghassanidi, alleati militari dell’impero bizantino ed incarnati dal codice “Muru’a” e dalla religione cristiana cui avevano aderito, combatterono i loro nemici pagani, Persiani e Lakhmidi, rappresentando una delle primissime manifestazioni del “Milizia Christi“.[4]

Sebbene né i Ghassanidi né gli altri cavalieri preislamici avessero ciò che intendiamo per “ordine cavalleresco”, furono dunque forse i primi cavalieri cristiani della storia.

Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale di Bisanzio nel IV secolo, la Palestina fu immediatamente elevata allo status di Terra Santa e la sua capitale Gerusalemme divenne il centro spirituale dell’impero e meta di pellegrini. I Ghassanidi sopportarono il peso maggiore della difesa della Terra Santa cristiana perché erano di stanza nelle tre province che la circondavano: la Provincia Arabia, la Palaestina Secunda e la Palaestina Tertia. Oltre a proteggere la Terra Santa dalla minaccia dei nomadi, i Ghassanidi la protessero dal flagello dei Lakhmidi, vassalli sasanidi, il cui re Al-Mundhir celebrò la sua ascesa al potere a Hira lanciando un’audace campagna che lo portò ai confini della Terra Santa nel 503.

Le incursioni di Al-Mundhir coprirono una vasta area dall’Eufrate fino all’Egitto e verso sud fino all’attuale Oman.

La guerra fra impero bizantino e i persiani iniziò nel 526. Giustiniano I cercò di stabilire accordi di pace con Al-Mundhir ma nel 528 Al-Mundhir attaccò la Siria devastandola. L’anno successivo (529) rinnovò i suoi attacchi in primo luogo in tutta l’area di frontiera fino a spingersi verso Arzona e Nisibis devastando le città prima di dirigersi verso Apamea e Calcedonia. Al-Mundhir tornò con un ingente bottino, tra cui 400 suore cristiane, che bruciò in onore alla dea al-Uzza.

Per la sua ascesa Al-Mundhir mostrò quanto fossero efficaci le tattiche fulmine arabe contro le forze convenzionali romane, costringendo Roma a rivolgersi sempre più ai Ghassanidi per la sua difesa orientale. Contro tali tattiche anche il leggendario Belisario fu sconfitto nella battaglia di Callinicum, sebbene i Ghassanidi con lui si fossero distinti per le loro gesta durante la battaglia.

I Ghassanidi riuscirono comunque a proteggere efficacemente la Palestina da sud e sud-est attraverso gli sforzi di Abu Karib, l’energico filarca della Palaestina Tertia, e da est e nord-est attraverso quelli di suo fratello Al-Harith ibn Jabalah (Arethas), che era il filarca di tutti gli arabi nel Vicino Oriente ed aveva stabilito la capitale ghassanide a Jabiya in Palestina Secunda.

Arethas era un comandante collaudato che represse una pericolosa rivolta dei Samaritani nel 530, e fu a lui che l’imperatore Giustiniano chiese di porre fine alle incursioni di Al-Mundhir che stavano terrorizzando l’Oriente per conto dei Sassanidi. Nel giugno 554, proprio per mano dei fursan ghassanidi guidati da Al-Harith ibn Jabalah, Al-Mundhir trovò la morte durante la battaglia di Yawm Halima.

La prosperità sia dell’Arabia provinciale che della Palestina in questo periodo si riflette nella fioritura dell’arte e dell’architettura cristiana, ma senza dubbio la vera eredità architettonica dei Ghassanidi è il vasto numero di resti che si trovano nel nord della Siria, le cosiddette Città Morte. L’enorme espansione degli insediamenti, così come la loro indubbia prosperità ed ecclesialità, è una vera testimonianza della stabilità portata nell’area dalla federazione ghassanide, e mentre queste rovine sono descritte come di natura “bizantina”, “ghassanide” sarebbe forse un termine più corretto.

Giustiniano estese l’autorità federata ghassanide includendo praticamente tutto l’Oriente romano, e Arethas usò i suoi successi militari per fare pressioni presso l’imperatore per la causa della sua fede, persuadendo con successo l’imperatrice Teodora a perorare la causa della nomina vescovile di Jacob Baradaeus, monofisita, ma anche ottenendo di condividere l’autorità e la giurisdizione su quasi tutto l’oriente romano. Grazie a questa capacità di Arethas, il re ghassanide può essere considerato l’uomo che ha consentito la rinascita e lo sviluppo della gerarchia monofisita dopo le persecuzioni, salvandola così dall’estinzione, come atto di pervasiva preoccupazione per la fede e non solo per pietà personale.

Jacob Baradaeus a sua volta ordinò 98 vescovi e il sorprendente numero di 100.000 sacerdoti. Questi numeri sembrano incredibili, ma l’enorme quantità di resti ecclesiastici in particolare nel nord della Siria (oltre 1.200 chiese) è una prova grafica delle sua attività. Di conseguenza, la Chiesa siriana ottenne l’indipendenza virtuale da Costantinopoli e l’attività missionaria ghassanide si estese in profondità nella penisola arabica e attraverso il Mar Rosso fino all’Etiopia. Nel frattempo, anche la Siria ottenne l’indipendenza politica è il Regno Ghassanide avrebbe compreso l’intera metà orientale della Siria e dell’Arabia.

Sebbene i Ghassanidi non fossero teologi, avevano la pietà dei “Soldati della Croce” e la lealtà verso il loro clero, una forma di “wali” arabo trasferita dalla sfera laica a quella religiosa. Come zelanti cristiani, condussero le loro guerre sia contro i Persiani che contro i Lakhmidi come campioni del cristianesimo, combattendo rispettivamente “adoratori del fuoco” e “pagani”.

Combatterono in maniera veramente cristiana con la benedizione delle bandiere e il grido di “Nobiscum Deus”. Oltre a queste formule bizantine, i Ghassanidi invocavano abitualmente Gesù Cristo, ma anche Giobbe e il loro santo patrono, Sergio. Un caso particolare è la significativa battaglia di “Yawm Halima” in cui i Ghassanidi invocarono un altro santo, San Simeone il Giovane, che viveva ancora come stilita sulla sua colonna non lontano dalla scena della battaglia nei pressi di Antiochia. I Ghassanidi credevano fermamente che avesse offerto loro aiuto durante la battaglia che, di fatto, si concluse a loro favore.

L’attuale Capo di Nome e d’Arme della Sovrana Casa Imperiale e Reale di Ghassan è Sua Altezza Imperiale e Reale il Principe Gharios El Chemor di Ghassan, Al-Nu’man VIII, nato a Curitiba, in Brasile, nel giorno di San Michele Arcangelo (29 settembre ).

Il principe, legittimo discendente ed erede dei re Ghassanidi e degli sceicchi Chemor di Zgharta, ha voluto recentemente dare forma moderna e nuovo vigore alla millenaria tradizione cavalleresca del suo popolo e all’antico mandato storico, eredità dei reali Ghassanidi, riformando gli statuti dell’Ordine Equestre di San Michele Arcangelo.

L’Ordine Equestre di San Michele Arcangelo rappresenta l’unico sistema premiale della Casa Reale e Imperiale di Ghassan, non è soggetto ad alcuna affiliazione religiosa, e nasce per perpetuare l’eredità dei reali Ghassanidi e per fornire sostegno finanziario alla Casa Reale di Ghassan per i suoi progetti di beneficenza e culturali.

La missione dell’Ordine è di continuare la tradizione della cavalleria nel mondo moderno, con un impegno fondamentale per diminuire la sofferenza umana, diffondendo la civile convivenza ed il rispetto reciproco tra le diverse comunità umane attraverso la compassione attiva e l’altruismo nelle sue varie forme, con onore e senso di comunità.

Nei nuovi statuti le priorità sono rivolte alla difesa del diritto di scelta religiosa personale, con assoluto rispetto e pacifica convivenza e, attraverso la cavalleria, alla lotta contro quelli che nello statuto sono definiti “i più grandi nemici dell’uomo: ignoranza, paura, pregiudizio, vanità e sofferenza”.

L’Ordine è dedito, dunque, ad iniziative filantropiche, culturali e caritative, all’aiuto per i poveri e i bisognosi ed è conferito a persone degne come riconoscimento tangibile per il servizio eccezionale, attraverso lo sforzo diretto, per lo sviluppo positivo della condizione umana e la crescita etica e morale dell’individuo e della società.

Sua Altezza Imperiale e Reale il Principe Gharios sta dando nuovo slancio all’opera umanitaria della Casa Reale di Ghassan, soprattutto in ambito culturale, sosteniamo diverse cause contro conflitti settari, abusi sulle donne, intolleranza religiosa, e caritativo per alleviare le conseguenze umane sostenendo direttamente la raccolta di fondi a favore di diversi enti di beneficenza e progetti riconosciuti dai governi americano, brasiliano, giordano e degli Emirati Arabi.

La Casa Reale di Ghassan è ufficialmente riconosciuta dal Governo Libanese, dal Global Imams Council, è accreditata dalle Nazioni Unite con status consultivo speciale presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite dal 2016 ed è anche riconosciuta dall’IRS (Internal Revenue Service) degli Stati Uniti come organizzazione legittima e le donazioni effettuate negli Stati Uniti sono deducibili dalle tasse.

Il Principe, che è scrittore, studioso, artista e maestro di arti marziali, parla correttamente sette lingue ed è particolarmente attivo contro le persecuzioni dei cristiani e delle altre minoranze religiose in Medio Oriente e nell’opera di divulgazione della storia Ghassanide e del contributo di questo antico popolo alla civiltà moderna in quelle terre così martoriate. Per la sua opera umanitaria e culturale ha ricevuto numerosi ed importanti riconoscimenti internazionali e da parte delle massime autorità civili (tra le quali USA, Emirati Arabi, Giordania, Ukraina, Libano, Albania) e delle diverse confessioni religiose (Chiesa Melchite, Copta, Armena, Cattolica, Ortodossa, Anglicana e dalle maggiori Scuole Islamiche).

SAIR il Principe Gharios è Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Omukama Chwa II Kabalega della Casa Reale di Bunyoro-Kitara (Africa), Commendatore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e Membro Effettivo del Corpo Consiliare del Consiglio Araldico Italiano.

Per maggiori informazioni sull’Ordine Equestre di San Michele Arcangelo e sulla Casa Reale di Ghassan non esitate a contattarci qui


[1] “Faris”, o “cavaliere” in arabo, di B. Lewis, C. Pellat e J. Schacht, anche “Byzantium and the Arabs in the Sixth Century”, pagine 304-305 Dumbarton Oaks Research Library – Harvard University dal Prof. Dr. Irfan Shahid, PhD (Princeton University) Professore Emerito della Georgetown University

[2] Libro dell’Ordine della Cavalleria, Raimondo Lullo

[3] Si veda il best seller “Tuareg” un romanzo thriller scritto dall’autore spagnolo Alberto Vázquez-Figueroa, per comprendere la serietà del codice “Muru’a” per i guerrieri mediorientali. O anche l’adattamento cinematografico “Tuareg – The Desert Warrior”, del 1984.

[4] Prof. Irfan Shahid (1926-2016), uno dei massimi studiosi al mondo del Medio Oriente preislamico

 

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