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Il tema della sovranità del Principato di Ghassan è molto simile a quello sollevato per numerosi altri stati sorti in Europa e in Asia e che si svilupparono o si estinsero durante il periodo rinascimentale. Gli esempi italiani sono numerosi. Basterà citare gli stati Farnese (Parma, Piacenza o Castro), quelli di Romagna, i possedimenti sabaudi (Piemonte), e quelli medicei (Firenze e poi quasi tutta la Toscana). All’inizio della trasformazione dei domini imperiali o pontifici in domini sempre più autonomi, infine indipendenti di fatto, vi furono lunghi periodi di interregno, di disorganizzazione, di debolezza locale da parte degli stati sovrani, cioè il Papato e l’Impero, la cui minore attenzione agli affari di governo nei possedimenti periferici ha favorito lo sviluppo di una classe sociale mercantile, militare o amministrativa capace di occupare spazi di governo nelle grandi città e quindi di trasmettere questo potere temporaneo ai propri figli o nipoti. Le ribellioni in Germania, lo scisma che divideva la Chiesa cattolica e l’ingerenza dei Re di Francia nelle vicende del Pontificato, rappresentarono elementi di eccezionale importanza che consentirono alle famiglie locali di poter assumere un potere sempre maggiore nelle loro regioni.

È chiaro che quando il rafforzamento del potere sovrano riuscì ad imporsi nuovamente sugli enti che erano all’interno dei domini loro riconosciuti, la fine di queste brevi signorie fu generale (i Bentivoglio a Bologna, i Baglioni a Perugia, e molti altri) . Non va infatti dimenticato che i nostri antenati erano essenzialmente legalisti, e quindi il ritorno di uno stato o di uno stato feudale all’antico signore era considerato normale, anche a distanza di molto tempo dalla fine del suo dominio; mentre in altri casi l’impossibilità di intervenire senza pericoli e senza spese economiche o la diplomazia degli equilibri consigliava ai governi sovrani di non intervenire direttamente, salvaguardando solo diritti che diventavano sempre più casuali e solvibili. È il caso di Firenze dove l’Impero continuò a lungo a mantenere un presidio durante il principato di Cosimo ma dove in realtà regnava il Principe di Casa Medici con i propri ministri, spesso in ostilità o sospettoso del governo di Carlo V.

In questi casi non si dovrebbe parlare di stati “semi-sovrani”, poiché spesso le definizioni entro cui si vogliono stringere i fatti non hanno un reale confronto con la realtà.

Quando, ad esempio, la Casa Medici riuscì a mantenere il controllo sulla Toscana (e questo durò fino all’unità d’Italia), senza pesanti interventi imperiali, soprattutto quando la Spagna ritirò i suoi presidi da Firenze e Livorno, si può parlare di sovranità; prima di poter esercitare questo potere (cioè fino a quando il Signore di Firenze non fosse stato sottoposto all’approvazione imperiale per ogni suo atto) non esiste un’entità valida e riconoscibile di diritto internazionale. Anche se l’imperatore successivamente proclamerà la sua alta sovranità su Firenze (come su altri stati italiani), lo stato mediceo rimarrà un corpo di diritto internazionale, potendo controllare il suo territorio e opporsi a qualsiasi azione imperiale con la forza. Insomma, la sovranità sulla carta resta sulla carta e non nella pratica. Quando la sovranità spagnola o siciliana sull’isola di Malta non sarà più valida? una volta che i Cavalieri di Malta riusciranno a controllare da soli il proprio stato e persino a respingere i terribili assalti di la flotta turca, divenendo, di fatto, uno stato indipendente e non più vassallo del Regno di Sicilia (Cfr. C. CURRO’, L’abuso reale a Catanzaro contro i Cavalieri gerosolimitani: l’invadenza settecentesca)

Va quindi detto che esistono solo stati veri e falsi poiché è possibile ricomprendere in questo secondo gruppo tutti quegli enti pubblici a cui è stato attribuito il titolo statale ad una finzione politica nel corso della storia ma che in realtà non possono essere considerati in quanto tali, come non lo sono, avevano un controllo effettivo sulla loro popolazione e sul loro territorio e sopravvivevano solo grazie all’appoggio delle truppe di una Potenza occupante. È il caso della sedicente repubblica sociale italiana che i tedeschi fondarono nel 1943 nell’Italia settentrionale, dello stato slovacco, dei governi di occupazione insediati nei territori conquistati durante la seconda guerra mondiale (Cfr. R. QUADRI, Public International Legge, Napoli 1973, p. 434).

Lo stesso vale per gli stati protetti dall’impero turco come la Moldavia o la Valacchia, il cui principe era nominato dalla Sublime Porta ma che non potevano diventare indipendenti, tanto che il governo ottomano poté deporli, imprigionarli, esiliarli , dimostrando di avere il pieno controllo del territorio di questi principati e che il principe era solo una specie di governatore.

Al caso degli stati di Ghassan, possiamo associare le vicende di altri stati europei come l’Albania settentrionale e il Montenegro. O le vicende di altri territori del Medio Oriente, come le vaste aree quasi spopolate della Penisola Arabica e della Libia, poste ufficialmente solo sotto l’autorità del governo turco, dove i fondatori delle più rigide confraternite religiose musulmane fondarono sedi per le loro scuole, che in pratica divennero autonome dal potere centrale e poi autentici stati sovrani.

Questi territori, situati in zone montuose o desertiche, e difficili da raggiungere o controllare, erano solo nominalmente sotto il dominio dell’Impero Turco. Si diceva inutilmente che l’elevata sovranità turca sarebbe rimasta su stati come lo Yemen o l’Egitto. In realtà, se il Trattato di Londra del 1840 riconosceva ancora all’Impero Ottomano una prevalenza di interventi in politica estera e in campo militare, di fatto l’Egitto stava rapidamente diventando indipendente, poiché la sovranità nominale in pratica è insignificante rispetto alla sovranità effettiva (Cfr. F.F. DE MARTENS, La question égyptienne et le droit international, Bruxelles 1882). Quanto allo Yemen, si parlava di suzerainetè (Oberhoeit) della Turchia nell’Ottocento; ma è chiaro che si trattava di una finzione politica e diplomatica, molto interessante per stati come la Germania che in quel momento stavano attivamente lavorando per aumentare la loro influenza nell’Impero, poiché lo stato sudarabico, nel suo quasi perfetto isolamento (e forse grazie a tale condizione) era in realtà un’entità politica indipendente (Cfr. R. QUADRI, L’ile de Camaran, in Revue égiptienne de Droit international, 1957, spec. 22 e segg.).

Il Montenegro riuscì a rimanere indipendente in gran parte del suo vescovado ortodosso e invano il governo di Costantinopoli cercò di impiantarvi il suo potere, rinunciando infine e accettando il fatto compiuto di uno stato che aveva saputo mantenersi indipendente con la sua nuova dinastia.

Nel lungo e alternato periodo di decadenza dell’Impero Bizantino, mentre numerose popolazioni cristiane del Medio Oriente preferivano sottomettersi al dominio musulmano piuttosto che rimanere sotto quello di Bisanzio, ai loro occhi veramente oppressivi non mancava l’autonomia e quindi la sovranità per i potentati locali, in particolare quando il prestigio di alcuni loro autorevoli esponenti rendeva impossibile il controllo del territorio da parte di Bizantini o Arabi.

Gli Stati Ghassanidi, situati lungo il confine dell’antico Impero Romano, erano stati considerati per secoli entità indipendenti, grazie alla necessità di Roma di ingaggiare lunghe e difficili contese con l’Impero Persiano e al desiderio di mantenere un pacifico entroterra lungo il quale passare loro vie di comunicazione militare. Questo è il motivo che ha mantenuto l’opinione pubblica, gli scrittori e gli storici nella convinzione che gli antenati e i fondatori delle successive entità politiche ghassanidi fossero autentici re (cfr. https://royalblog.org/2018/07/16/the- motivi-legali-per-l’uso-dei-titoli-reali-da parte-della-famiglia-el-chemor).

I fatti possono infatti essere interpretati, dal punto di vista dinastico, secondo l’usanza diffusa nel mondo, per cui se crolla la sovranità territoriale, a seconda della situazione e della capacità degli Imperi più potenti di estendere su di essi il proprio potere, non fallisce invece la vera dignità che è fissata su certe famiglie. In effetti, è opinione generale che anche in assenza di status sovrano, lo status regio non possa essere sminuito, nonostante i cambiamenti politici e militari.

Prendiamo il caso dei Borboni: in Francia, questa famiglia fu deposta dalla rivoluzione del 1789 che istituì la repubblica; e nel 1802 al suo posto salì al trono la famiglia Bonaparte. Nessuno però ha mai pensato che i Borboni avessero perso per sempre il loro rango regale, tanto che nel 1815 furono nuovamente chiamati al trono; ed oggi, malgrado i Bonaparte e la Repubblica siano loro nuovamente succeduti, né l’opinione pubblica né la legge contestano il loro stato regio, e il loro uso di conferire titoli nobiliari ai membri della Famiglia dal Capo della Dinastia. Anche i Borboni-Spagna, soppiantati dai Savoia, dalla repubblica, da una monarchia franchista senza sovrano, sono sempre stati considerati personaggi da onorare e citare con il titolo di Altezza Reale, fino all’instaurazione della monarchia costituzionale che diede loro indietro i precisi privilegi della Corona. Stessa situazione in Italia. Qui le antiche famiglie regnanti (Borbone-Due Sicilie, Borbone-Parma, Austria Este, Asburgo Lorena), pur essendo state sostituite ed esiliate dai Savoia con l’unità d’Italia, e quindi dalla Repubblica, continuano a mantenere il loro status regio, i loro componenti sono dette “Altezze Reali” (Imperiali e Reali per gli Asburgo), i Capi delle Dinastie.

Carmelo Curro’ Troiano è nato a Salerno (Italia) dove vive. Laureato in Scienze Politiche, Diritto Internazionale e Lettere Moderne. È storico e giornalista (iscritto all’albo professionale). È un esperto di Genealogia e Araldica; i suoi alberi genealogici sono tra i più fitti e completi che siano stati realizzati in Italia. Come divulgatore culturale, è impegnato in trasmissioni televisive e numerosi convegni in tutto il Paese. Collabora con giornali e periodici di alto livello (tra cui Focus, Il Mattino, Roma, Cronache del Mezzogiorno, Cuadernos de Ayala). Ha scritto molti libri e pubblicazioni scientifiche per conto di enti pubblici, comuni e parrocchie.