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La terra della grande diga, cioè la città, e quindi i dintorni di Ma’rib, nell’attuale entroterra dello Yemen, sembrano essere i luoghi di origine della Dinastia Ghassanide: la grande Casa mediorientale che, considerata la sua antichità e potenza può certamente superare di secoli la storia di tutte le famiglie regnanti europee.

Si può affermare che l’area di provenienza sia individuabile nella capitale del biblico Regno di Saba grazie ad una tradizione orale nota nella Siria meridionale; il che spiega il trasferimento della famiglia Ghassanide in seguito al crollo della grande diga che rese fiorente la città, e le sue straordinarie inondazioni. Il proverbio locale “Si dispersero come la gente di Saba” si riferirebbe proprio a questo episodio (Cfr. https://it.wikipedia.org/).

È storicamente certo, tuttavia, che la Casa Ghassanide fosse già nella Siria bizantina prima del grande (o più famoso) crollo della struttura nel 542. Infatti, il re Ghassanide al Harith b. Jabala viveva in un’area che si estendeva dall’interno dell’Impero di Costantinopoli e lungo i suoi confini, fino alle vicinanze di Medina, già almeno qualche decennio prima del crollo della grande diga. Aveva aiutato i Bizantini con i suoi guerrieri a respingere l’aggressione dei Persiani Sassanidi, e aveva ricevuto in premio nel 529 il titolo di Patrizio: un onore prevalentemente militare, riservato in questo caso ad un alleato che controllava e difendeva un confine sensibile ( Cf. G.RAVEGNANI, Soldati e guerre a Bisanzio, Bologna 2009)

Il dominio della Famiglia si era progressivamente esteso dalle aree di antico insediamento a sud di Damasco fino a Medina (Cf. W.CAMPBELL, Il Corano e la Bibbia alla luce della storia e scienza, Orlando 202, p.269). Cioè in territori che si trovavano all’interno dell’Impero, lungo i suoi confini (periodicamente effimeri) e al di fuori di esso, e nei quali i Ghassanidi avevano svolto la loro opera di sostegno allo Stato. Disponiamo di informazioni superate e distorte sui rapporti che esistevano tra l’Impero Romano (sia d’Oriente che d’Occidente) e i popoli che siamo abituati a definire “barbari”, soprattutto del periodo prossimo al tardo Impero. Le popolazioni spinte dalla crescita demografica o dalla scarsità di viveri, dipendenti dall’alternarsi del regime climatico, erano costrette a cercare nuove terre di insediamento, guadagnarsele o prenderle con la forza. Utilizzare i propri guerrieri come carri armati per l’esercito imperiale fu uno dei motivi per l’insediamento di questi popoli in zone molto vicine allo stato romano che progressivamente finì per aprire i propri confini ai nuovi arrivati. I quali, insediandosi spesso in zone scarsamente abitate, mantennero la propria struttura sociale e i propri governi tradizionali che a loro volta riconoscevano la lontana autorità imperiale. “In Occidente – afferma Werner con una spiegazione che si addice perfettamente anche alla parte orientale del dominio romano – l’Impero non era più solo circondato dai regni ma era in gran parte composto da questi regni i cui re riconoscevano ancora il dominio imperiale e la sua autorità” (Cfr. K.F.WERNER, La nascita della nobiltà, Torino 2000, p.135).

Nella penisola arabica il polo di attrazione imperiale ha agito non solo per fenomeni sconvolgenti e drammatici come il cedimento di una diga; ma nel tempo ha costituito un’attrattiva costante come centro produttivo, meta e mercato dei prodotti locali e di quelli che provenivano dall’India e dall’Etiopia; e che nel Regno meridionale dei Ghassanidi trovarono la tappa più importante prima di risalire verso la Siria e il Mediterraneo. Strabone ricorda come già al tempo dell’imperatore Augusto la fama degli immensi beni che si trovavano o transitavano nelle terre meridionali della Penisola aveva spinto il sovrano ad inviare il suo capitano Elio Gallo ad esplorare la zona e stringere amicizia con i suoi abitanti. “L’imperatore -scrive Strabone- aveva proposto di conciliare quei popoli o di sottometterli, poiché questi avevano sempre fama di essere molto ricchi, perché usavano scambiare i loro aromi ed erbe con l’argento e l’oro degli stranieri (Cf. STRABONE, Geografia, 1, 16).

Lungo le strade carovaniere transitavano quindi minerali e prodotti della raccolta e coltivazione di piante allora considerate rare; e con i carichi andavano mercanti e contadini insieme alle loro famiglie; in seguito anche i soldati che furono chiamati ad ingrossare le fila dell’esercito. La straordinaria situazione economica di una nazione circondata da vasti deserti era dovuta alla capacità dei suoi abitanti di costruire opere imponenti, capaci di modificare o annullare le conseguenze negative del clima e dell’impatto del deserto nelle sue vicinanze.

Almeno dall’XI secolo a.C. e fino all’VIII secolo i Sabei avevano progettato e costruito una diga che diventava sempre più enorme. Un bacino lacustre che ha irreggimentato e raccolto le acque di almeno settanta fiumi montani, utilizzandole per preservare il territorio da improvvise piene e irrigare centinaia di chilometri quadrati di terra (Cfr. B.LUPPI, Gli Arabi prima di Maometto, Messina-Firenze 1974 , pagina 51).

Le ricerche archeologiche hanno stabilito che i lavori primitivi con sbarramenti e canalizzazioni in terra erano già iniziati almeno intorno al 2000 aC, e si protrassero per tutta la vita dell’antica diga. Da un lato era necessario ampliare la portata dell’acqua a seguito dell’aumento della popolazione e della domanda del mercato; era invece indispensabile una continua manutenzione, che serviva a mantenere la solidità della struttura e a liberare le uscite dal limo che vi si accumulava. Per questo motivo, intorno al 500 aC, l’altezza della diga era di circa 7 metri; ma nel 115 a.C., in seguito al restauro effettuato, aveva raggiunto i 14 metri. È evidente che, in caso di crollo della struttura, le acque si sarebbero riversate rovinosamente su un immenso territorio, con conseguente rovina dei raccolti e dei commerci, ed un più o meno lungo impoverimento della popolazione. Grossi crolli si sono verificati più volte nel corso dei secoli, e sono ricordati da iscrizioni rinvenute nel sito e che ricordano anche i lavori di restauro. La prima iscrizione ritrovata risale al IV secolo dC; una seconda, di cento righe, rinvenuta a Ma’rib, risale agli anni tra il 451 e il 456; altri tre ricordano i lavori di restauro compiuti dal re abissino Abraha (morto verso il 553) che aveva occupato anche il Regno dei Sabei. Tra queste la grande stele del 539 che ricorda la ricostruzione di una parte della diga (Cf. B.LUPPI, cit., p.50). Per avere un’idea della grande mole di manutenzione, basti ricordare che i lavori di questo periodo avevano richiesto l’impegno di 20.000 uomini e l’impiego di 14.000 cammelli (Cfr. K.ROMEY, Colpita la grande diga di Marib, meraviglia ingegneristica dell’antichità, in National Geographic Italia, 3 giugno 2015). Tuttavia, il lavoro non doveva essere impeccabile; e probabilmente un evento disastroso colpì irreparabilmente la struttura che crollò definitivamente e irreparabilmente nel giro di pochi decenni, provocando anche l’emigrazione di buona parte degli abitanti e la conseguente desertificazione del territorio. La nostra immaginazione, infatti, spesso ricorda solo le soleggiate distese desertiche dell’Arabia; mentre nell’area non sono mai mancate periodiche precipitazioni abbondanti e allagamenti, come dimostra quanto accaduto in gran parte della penisola mediorientale nel maggio 2023 (Cfr. https://www.tgcom24.mediaset.it/ e Alluvioni in Arabia Saudita).

Numerose sono le memorie delle alluvioni avvenute tra l’Alta Mesopotamia e l’Arabia: lo storico bizantino Giorgio Cedreno, nella sua opera “Una breve storia del mondo” (scritta a metà dell’XI secolo), ad esempio, ricorda l’alluvione che colpì Edessa nel 521, sommersa dal fiume Sirte “come se fosse il mare”: “magna, atque celebras Urbs deluge Sirti amnis, qui per eam decurrit, afflicta est. Maris enim instar ille exundans Domos una cum habitantibus abripuit, atque submersit” (Cf. M.BONITO, Terra tremante, Napoli 1691, p.300). Di particolare rilievo mi sembrano le notizie che raccontano di particolari perturbazioni atmosferiche che tra il 547 e il 548 che colpirono la capitale dell’Impero e vaste aree del Medio Oriente. Girolamo Bardi, nel Sommario dell’età cronologica del mondo, fissa la notizia della straordinaria esondazione del Nilo che sommerse gran parte dell’Egitto al 547 (Id., p. 319); e san Teofane, il confessore, nella sua Cronografia ricorda le piogge intensissime che caddero su Costantinopoli nel 748 (Id., p. 320). Sono certo che queste vaste e ripetute alluvioni, se estese anche alla parte meridionale della penisola, avrebbero potuto infliggere danni mortali alla grande diga, che crollò definitivamente in quei decenni (il disastro può ricordare, in misura ancora maggiore, quanto avvenuto nel 1963 in Italia con il disastro della diga del Vajont che causò la morte di migliaia di persone), provocando la definitiva e più massiccia migrazione dei Sabei verso le zone settentrionali della penisola dove si erano già insediati molti loro connazionali.

2 – È abitudine inveterata di quasi tutte le famiglie reali o grandi famiglie nobili indorare la propria genealogia con l’inclusione, più o meno probabile, di antenati molto nobili che portano lustro alla loro casa. Tra i primissimi esempi di presunti antenati terreni (e non fantasiosi antenati divini, come era consuetudine nell’antichità), l’imperatore romano Licinio affermava di discendere da Filippo l’Arabo, primo imperatore romano cristiano (Cfr. M .SORDI, I Cristiani e l’Impero romano, Como 2006, p.137) che anche i Principi Ghassanidi considerano un illustre esponente della Casata. Che Filippo fosse cristiano è un fatto ampiamente provato, e su cui Marta Sordi ha chiarito. Il che ricorda come l’imperatore sia nato a Traconitide, presso Bosra, sede vescovile già dai primi decenni del III secolo con Berillo, e anche scuola teologica con deviazioni dottrinali (soprattutto in cristologia) combattuta da Origene (Id., pp. 136-137). Proprio con Origene, Filippo l’Arabo e sua moglie Otacilia Severa erano in rapporti epistolari (cfr EUSEBIO DA CESAREA, Historia Ecclesiastica, 36, 3); e San Giovanni Crisostomo ricorda come nel 244 ad Antiochia all’imperatore fu proibito dal vescovo locale Babila di entrare in chiesa per la celebrazione della Pasqua. S. Babila, infatti, contestò l’uccisione da parte di Filippo del suo predecessore Gordiano III, secondo una voce largamente diffusa e accreditata, avvenuta durante la guerra contro i Sassanidi (Cfr. S. GIOVANNI CRISOSTOMO, Orazione su S. Babila, 6) . Anche se Filippo adottò l’usanza romana di divinizzare il padre dopo la sua morte, il gesto va inteso tra quegli atti politici il cui scopo era basato sul tentativo di non inimicarsi i sudditi pagani (Cfr. M.L.MECKLER, Philyp the Arab e Revel Claimants of the dopo il 240, in http://www.roman-emperors.org/) Filippo (Marcus Julius Philippus), era figlio di Julius Marinus, un siriano che aveva la cittadinanza romana e che quindi era una personalità di spicco se l’altro suo figlio Julius Priscus, secondo gli studi di Alfred von Domaszewski, aveva compiuto una brillante carriera di ufficiale, ricoprendo incarichi che richiedevano l’appartenenza all’ordine equestre (Cfr. https://de.wikisource.org/).

Nell’Epitome de Caesaribus, opera di anonimo pagano inserita nel corpo dell’opera di Aurelio Vittore, si dice sprezzantemente che Filippo “humillimo loco ortus fuit” e che suo padre era un “nobilissimus latronum ductor”, un vero nobile condottiero di predatori: un modo per esprimere il proprio odio contro un cristiano che aveva favorito la sua religione (cfr Epitome, 28, 4). Proprio su queste definizioni, però, possiamo definire meglio la condizione sociale dell’imperatore alla sua nascita. Infatti, l’autore scrisse la sua opera negli ultimi decenni del IV secolo, quando cioè l’uso degli appellativi utilizzati per rivolgersi ai personaggi più importanti nelle corti e nella Chiesa sviluppò una propria forma protocollare che a quel tempo era ben nota agli addetti ai lavori.

Il fatto che l’imperatore fosse definito un “humillimo loco ortus” indica una condizione sociale che si vorrebbe associare alla situazione dell’oscuro luogo provinciale dove nacque, un luogo in senso geografico, lontano, non lontano dal confine su cui i mercanti e i soldati sono visti come “latres”: beduini dediti a razzie e rapine, piuttosto che alla sorveglianza e al commercio. Tuttavia lo scrittore pagano non trascura di aggiungere che il “conduttore” di questi ladroni, cioè il padre di Filippo, è “nobilissimus”; usando una parola in un modo che non può essere ironico, poiché i lettori non mancherebbero di coglierne le implicazioni letterali.

Fin dall’antichità l’aggettivo è stato utilizzato per le stesse persone alle quali era riservato il titolo di “princeps”, in particolare per l’erede dell’imperatore, a partire almeno da Geta nel 198 (Cf. F.MITTHOFF , Annona militaris, 1993, s.l.).

Titolo poi via via esteso ed utilizzato per l’ambiente più alto dello stato. Successivamente, e per secoli, “per ristabilire la disciplina di una milizia principis ancora una volta nelle mani del re – argomenta Werner – i più altolocati dovettero accontentarsi del titolo di comes poiché i titoli più alti, come princeps o nobilissimus, erano strettamente riservati al re e ai membri della sua dinastia» (cfr. WERNER, cit, p. 397).

Titoli come “glorioso”, poi largamente usati dai Franchi, trovarono il loro equivalente ecclesiale e amministrativo in venerabilis per l’abate, apostoleus per il vescovo e inluster per il conte (Id., p.250). Ed è proprio in questo periodo, che conserva ancora l’uso di antiche terminologie nella redazione dei documenti, che si comincia a notare un lieve ampliamento della loro attribuzione. Se esistono ancora i clarissimi, excellentissimi, gloriosissimi, praestantissimi, bisogna tener presente che “l’ -issimus cominciò ad applicarsi ai grandi vassalli di quelli che erano già princeps, dimostrando che stavano per diventarlo a loro volta” ( Id., p. 313).

Dunque, anche se nella sua ironia, la parola usata nell’Epitome può sottolineare l’altissima provenienza sociale di Filippo; e, se il padre era un principe di predoni o di soldati (dipende dalle simpatie provate) che viveva al confine con il deserto, in ogni caso ci ricollega alla famiglia di stirpe reale che viveva proprio dalla Siria, cioè quella di un ramo dei Ghassanidi, trasferitosi in uno dei suoi spostamenti più antichi, prima della grande migrazione dovuta al crollo della diga.

Carmelo Currò Troiano, studioso, storico e giornalista

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